Perché molti negozi stanno chiudendo: la verità che nessuno dice sulla crisi del retail

Quando vedi l’ennesima saracinesca abbassata e ti chiedi perché molti negozi stanno chiudendo, la sensazione è quasi fisica, come se un pezzo di quartiere si spegnesse. La verità che nessuno dice, o che almeno pochi mettono in fila con chiarezza, è che non c’è un solo colpevole: è un incastro di consumi interni deboli, abitudini di spesa cambiate e una nuova normalità, quella degli acquisti online, che ha riscritto le regole.

Il fenomeno in numeri, senza giri di parole

Negli ultimi 12 anni l’Italia ha perso oltre 140mila attività di commercio al dettaglio. Non parliamo solo di vetrine in centro, ma di una rete capillare: circa 118mila negozi in sede fissa e oltre 20mila attività ambulanti sparite.

E il ritmo, invece di rallentare, accelera. Nel 2024 si stimano circa 169 chiusure al giorno, contro le 139 del 2020. Nel 2025 il saldo tra aperture e chiusure è negativo per circa 23mila negozi. Nel frattempo, le imprese che operano prevalentemente online sono aumentate di oltre 16mila unità: un segnale che non è “fine del commercio”, ma trasformazione del commercio.

IndicatoreValore stimato
Negozi persi in 12 annioltre 140.000
Chiusure medie al giorno (2024)circa 169
Saldo negativo (2025)circa 23.000
Immobili commerciali sfitticirca 105.000

Dietro questa tabella c’è un dettaglio che fa impressione: circa un quarto degli immobili sfitti risulta inutilizzato da oltre un anno. In pratica, non è solo rotazione, è vuoto che resta vuoto.

La “verità” sulla crisi del retail: tre forze che si sommano

1) I consumi non crescono abbastanza

Se il portafoglio resta prudente, il negozio di vicinato lo sente subito. Con crescita insufficiente dei consumi interni, molti acquisti diventano rinviabili, si scelgono alternative più economiche, o semplicemente si compra meno. Il problema non è solo quanto spendiamo, ma come distribuiamo la spesa: più bollette e servizi, meno margine per l’acquisto “di piacere” che spesso sostiene i piccoli esercizi.

2) Cambiano i comportamenti, cambia la mappa mentale

Mi capita di pensarci così: prima compravamo per necessità, poi per comodità. Oggi compriamo per ottimizzazione, tempo, comparazione, recensioni, consegne. È un cambio di abitudine profondo:

  • più attenzione al prezzo e alle promozioni,
  • più acquisti “a pacchetto” (tutto insieme, meno passaggi in negozio),
  • più ricerca online anche quando poi si compra offline,
  • meno fedeltà automatica alla bottega sotto casa, non per cattiveria, ma per routine.

3) L’online non è un canale, è un ecosistema

Il punto non è demonizzare internet, sarebbe inutile. Il punto è che l’e-commerce ha reso immediata una promessa potente: scelta ampia, confronto rapido, consegna comoda. In quel contesto, molti negozi fisici sono rimasti senza una proposta altrettanto chiara, soprattutto se schiacciati da costi fissi e da una domanda più instabile.

L’Italia che resta senza negozi: effetti sociali e territoriali

Qui la storia diventa personale, perché non parliamo solo di shopping. Oltre 1.200 comuni sono ormai privi di alimentari. E librerie, cartolerie e negozi di articoli sportivi mancano in oltre 3.200 comuni. Perfino le stazioni di servizio hanno abbandonato quasi 3.800 centri urbani.

Il risultato è una catena semplice:

  1. meno servizi di prossimità,
  2. più spostamenti (soprattutto per anziani e famiglie senza auto),
  3. meno vita in strada,
  4. meno sicurezza percepita,
  5. ancora meno motivi per aprire un’attività.

Le Regioni più colpite in valore assoluto includono Lombardia, Veneto e Piemonte, mentre in percentuale spiccano Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia. In alcune città, come Ancona, Trieste e Ravenna, il rischio è concreto: perdere circa un terzo delle attività di vicinato.

2035: città fantasma o rinascita di quartiere?

Se non arrivano interventi di rigenerazione urbana, entro il 2035 si prospetta un ulteriore calo del 21% delle imprese del retail, circa 114mila unità in meno, con punte oltre il 30% in alcuni comuni. E non è allarmismo: ogni saracinesca abbassata riduce attrattività, socialità e presidio del territorio.

La via d’uscita, però, esiste e non è romantica, è pratica:

  • incentivi per riportare attività nei locali sfitti (affitti sostenibili, tempi rapidi),
  • negozi come servizi, ritiro ordini, consulenza, riparazioni, comunità,
  • strategie omnicanale (online e fisico insieme),
  • centri urbani più vivibili (trasporti, parcheggi intelligenti, eventi, illuminazione).

La crisi del retail non è un destino scritto. È un cambiamento già in corso, e la differenza la farà chi saprà trasformare il negozio da semplice punto vendita a punto di vita.

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