Allarme pensione: ecco l’età critica che il governo sta cambiando e cosa succede davvero

C’è una parola che in queste settimane torna in bocca a tutti, allarme pensione. E capisco perché: quando senti che “l’età critica” sta cambiando, ti immagini una porta che si sposta avanti di qualche centimetro proprio mentre stai per afferrarla. Il punto, però, è capire cosa sta succedendo davvero, e soprattutto da quando.

L’età “critica” che si muove, e perché

L’età critica non è un numero magico uguale per tutti, è l’insieme dei requisiti per la pensione di vecchiaia e la pensione anticipata. Il meccanismo che spinge questi requisiti verso l’alto è l’adeguamento alla speranza di vita, cioè l’idea che, se viviamo più a lungo, il sistema deve reggere più anni di assegni.

La Legge di Bilancio 2026 conferma un percorso graduale: dal 2027 è previsto un primo incremento (si parla di un mese), poi ulteriori scatti dal 2028 in avanti. Non è un “salto” improvviso, è una serie di piccoli spostamenti che, messi in fila, cambiano il calendario di uscita dal lavoro.

Cosa succede dal 2027: la sequenza concreta

Quello che spesso sfugge è la tempistica: l’adeguamento non arriva a sorpresa la settimana prima. Un decreto del MEF e del Ministero del Lavoro deve aggiornare i requisiti con un preavviso di 12 mesi. Quindi, in teoria, ci sarà tempo per pianificare, in pratica bisogna smettere di ragionare “a spanne” e tornare a contare mesi e finestre.

Una sintesi utile, anche solo per orientarsi:

FaseCosa cambiaEffetto pratico
2025-2026Quadro sostanzialmente stabile, ma con regole più rigide su canali e importiPiù attenzione a requisiti minimi e soglie
2027Primo scatto (1 mese) legato alla speranza di vitaUscita posticipata per chi è a ridosso
2028 e oltreUlteriori adeguamentiProgressivo slittamento dell’età pensionabile

Requisiti oggi e novità 2025-2026 che pesano già

Anche prima del 2027, alcune regole rendono l’uscita meno “elastica”:

  • Vecchiaia: nel 2025 si indica la soglia dei 71 anni con almeno 5 anni di contributi (con vincoli su alcuni contributi figurativi pre 1996).
  • Anticipata: si parla di 64 anni e 20 anni di contributi, con importo minimo pari a 3 volte l’assegno sociale (con correttivi futuri per le donne con figli).
  • Flessibilità in scadenza: la fine o l’indebolimento di misure temporanee riduce le vie di uscita “di compromesso”, e questo fa percepire l’intero sistema come più rigido.
  • Rivalutazioni e trattenute: l’adeguamento all’inflazione può essere più contenuto in certi anni, inoltre possono esserci contributi di solidarietà sulle pensioni più alte.

In parole semplici, anche senza grandi annunci, l’asticella diventa più selettiva.

Il vero costo nascosto: un mese in più non è solo un mese

Qui arriva la parte che fa stringere lo stomaco. Ogni mese aggiuntivo ai requisiti contributivi o anagrafici può produrre un doppio effetto: posticipi l’uscita e, a seconda della situazione, puoi avere un impatto sul montante contributivo e sul calcolo. Su una pensione lorda annua da 30.000 euro, alcune stime parlano di riduzioni complessive nell’arco della vita pensionistica tra 5.000 e 7.500 euro. Non perché “ti tagliano” oggi, ma perché l’ingranaggio cambia tempi e coefficienti.

E intanto c’è l’altro tema, silenzioso ma costante: il potere d’acquisto. Tra 2009 e 2025, una pensione media da 1.200 euro avrebbe perso circa 70 euro al mese, e su importi più alti la perdita stimata cresce molto. È come avere una busta della spesa che ogni anno si alleggerisce di un prodotto.

Perché i giovani tremano di più

Il nodo non è solo l’età, è la traiettoria di carriera. Con carriere discontinue, salari stagnanti e una demografia che invecchia (meno nascite, più anziani), il rischio è che molti arrivino a una pensione insufficiente. Ed è qui che l’OCSE lancia l’allarme: se gli squilibri aumentano, l’età effettiva potrebbe avvicinarsi a soglie molto alte, anche intorno ai 70 anni, almeno come tendenza.

Cosa significa “davvero”, in pratica

Significa che dal 2027 non ci sarà un colpo di scena unico, ma una progressione. Chi è vicino all’uscita dovrà verificare con precisione:

  1. l’anno esatto in cui matura i requisiti,
  2. l’impatto dei nuovi scatti,
  3. la sostenibilità dell’assegno, anche valutando la previdenza complementare se presente.

L’allarme, quindi, non è solo “andrai in pensione più tardi”. È “rischi una pensione più fragile”, se ti muovi tardi e senza numeri alla mano.

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